martedì 13 dicembre 2011

N° 600

Questo è il mio seicentesimo post.
Solitamente non bado ai numeri, ma mi ero accorto per caso qualche tempo fa dell'approssimarsi di questo traguardo e da un po' mi chiedevo di che avrei parlato quando l'avessi raggiunto.
E devo dirlo: in questo momento sono davvero tanti i pensieri che mi passano per la testa, le cose che hanno attirato la mia attenzione e meriterebbero di aver spese dueparole, che non so quale scegliere.
Vogliamo sprecare dueparole su quel fascista di merda che oggi a Firenze ha vigliaccamente ucciso due persone la cui unica colpa era possedere la pelle d'ebano ed il sogno di un riscatto lontano dal deserto di sabbia in cui erano nati? Fatto.
Vogliamo usare dueparole per quell'altro folle a Liegi, per la nuova strage di innocenti che segue di pochi mesi l'incubo vissuto da altri innocenti ad Oslo?
Non dovrei leggerli, i giornali. Dovrei pensare solo a cose belle, soprattutto ora che Natale si avvicina e la malinconia delle feste incombe di giorno in giorno.
A proposito di feste, oggi è [era, ormai] il giorno di Santa Lucia. E la santa siracusana da queste parti è particolarmente venerata [ed aggiungerei anche stranamente, perché al momento non mi viene in mente un solo altro terrone che risulti simpatico al veronese medio]. La Santa Lucia veronese, perfetto ibrido tra la Vergine e la Befana, porta giocattoli e dolci ai bambini buoni; anche TopO stamattina al risveglio ha trovato i suoi doni accanto al letto, ma la verità è che per lui oggi è stata tutt'altro che una festa a causa della bronchite che lo tormenta da giorni e dell'influenza intestinale che ha colpito mia sorella. Poveri tesori miei.
Domenica pomeriggio, dopo aver trascorso il ponte dell'Immacolata tra shopping per me, corsa ai regali di Natale e mercatini vari, mi sono improvvisamente ricordato che, in quanto zio, avevo un dovere-piacere cui adempiere. Ero pronto ad immolarmi in un'impresa titanica, mi figuravo una bolgia infernale al centro commerciale visti il cattivo tempo e l'approssimarsi delle due ricorrenze più consumistiche dell'anno. Ed invece i vasti parcheggi dei due centri commerciali che ho visitato erano pieni solo a metà; ed improvvisamente mi sono ricordato della C R I S I che incombe e che quest'anno trasforma in spilorci anche i munifici Babbo Natale e Santa Lucia.
Niente file interminabili alle casse, ma comunque la ressa stava tutta lì, nei reparti dei giocattoli. E mentre frugavo con gli occhi di un bambino gli scaffali, mi sono imbattuto nella rana Froggio. No, non Frog Giò che magari sarebbe suonato un nome simpatico. Proprio Froggio. E non ricordo in cosa consistevano le peculiarità e le abilità di quella verde rana di plastica, perché la ragion d'essere di quel giocattolo in quel momento per me risiedeva tutta lì, in quell'orribile nome con quell'orribile assonanza.
Come si può regalare un Froggio ad un bambino? Com'è possibile non irrigidirsi disgustati nel sentire un bambino chiamare la rana, magari storpiandole il nome in Froccio o similia...?
Ho ancora nitido in mente il ricordo dell'ultima volta che ho sentito qualcuno dare del frocio a qualcun altro. Era uno scherzo; uno scherzo infelice, forse. O forse no. Accadeva in una delle ultime visite amichevoli al mio ex. Che, lo so, avevo giurato che non avrei nominato più, ma ormai compare nei miei pensieri solo per via di certe associazioni di idee, come una figura scialba dal mio passato, senza suscitare più alcun tipo di emozione; perciò perdonatemi se lui è di nuovo qui con noi. Perdonatemi, ma a lui non perdono il disgusto che ho provato in quella situazione. Ero in amichevole visita a lui ed alla famiglia di sua sorella, presso cui lui si era trasferito dopo la definitiva fine della nostra convivenza. E ad un certo punto suo nipote, il maggiore, con la sua caratteristica erre arrotata lo chiama frocio. Voleva essere una burla, la risposta ad una presa per il sedere da parte di suo zio, ma quella parola mi ha disturbato come mi disturba ancora adesso.
Chiamatemi finocchio, chiamatemi culandra e ci sto. Ma culattone e frocio proprio non mi scendono. Come non mi è sceso che né lo zio né la madre [che, per la cronaca, è nientepopodimenoché l'insegnante di religione cattolica cui ho dedicato dueparole qui] abbiano ripreso né con un rimprovero né con un ceffone quel tredicenne maleducato.
E mentre finalmente trovavo il balocco giusto per il mio piccolo TopO, mi sono chiesto come reagirei io se, tra dieci anni o più, il mio biondo e paffuto nipotino mi apostrofasse con quella stessa parola. E lo so che farebbe male almeno quanto ne farebbe a lui, ma io in quel caso un ceffone non glielo risparmierei.

Ecco, questo è il mio 600. Ed in fondo, ora che l'ho scritto, mi piace perché riassume in sé quasi tutti i 599 che l'hanno preceduto. Basta vedere il numero di tag che ora gli affibbio.
Mancherebbe giusto il commento musicale. Ma faccio ancora in tempo, no?

4 commenti:

Ermes ha detto...

Alla fine sono solo parole. Per scherzare, qualche volta mi ci chiamo anche da solo frocio (magari con la g, "frogio", per essere più eleganti), o la categoria in generale.
L'importante è il modo in cui si dice o si percepisce, chi lo dice e perché.
No?
Per il resto, buon 600 :D (cavolo, dovrei leggere i 599 precedenti??)
A presto,
E. =)

Edgar ha detto...

Ma le parole sono importanti, come dice Moretti :)
Comunque, se sei arrivato a leggere tutto il post, vale come riassunto delle puntate precedenti :)

Anastasia Beaverhausen ha detto...

Teso, innanzi tutto dai un bacio da parte mia a Top0. Poi: a me è capitato di sentire mio cugino che parla in quel modo e mi è sembrata un'espressione desemantizzata, quasi un intercalare, con poche allusioni alla sfera sessuale. I ragazzini di oggi sono molto più aperti che ai nostri tempi... Sulle parole nello specifico non so: a me sono tutte indifferenti, non le trovo infamanti.

Edgar ha detto...

Ti dirò che nel frattempo ho già un po' cambiato ideato, come mi succede spesso.
Restando però nel contesto del caso specifico, quella volta si trattava di un insulto mirato e deliberato. E resto dell'idea che non si debba lasciar correre davanti ad un insulto gratuito.